La gentilezza è un abito che non passa mai di moda. Di questo siamo profondamente convinti, tanto da ritenere superfluo il fatto di celebrarla il 13 novembre, consuetudine lanciata a Tokyo nel 1997. E’ importante avere una giornata dedicata, questo sì, ma forse è più importante ricordarsi della gentilezza nella nostra quotidianità. Sempre.

Oggi parliamo di un libro di Cristina Milani, edito da Sperling & Kupfer ed intitolato “La forza nascosta della gentilezza”. L’autrice è presidentessa del World Kindness Movement (il movimento mondiale per la gentilezza) e ci svela una grande verità che spesso non riusciamo o non vogliamo vedere: essere gentili significa esserlo prima di tutto con se stessi. Solo così potremo propagare la nostra rivoluzionaria energia nel mondo.

Gentili si nasce o si diventa?

E’ una delle domande che Milani si pone nel libro. La gentilezza è legata ad una serie di fattori ambientali e modelli sociali assimilati ma (e forse è una fortuna) dipende anche da un impulso biologico. Stando ad una ricerca della Hebrew University in Israele, citata nel libro, quando compiamo un atto gentile, rilasciamo nel nostro cervello dei neurotrasmettitori che producono una sensazione di benessere fisico.

Va anche detto che la gentilezza va allenata, coltivata come un fiore, curata come un bene prezioso. Educare alla gentilezza significa capire e potenziare il nostro grado di empatia, immedesimarsi nelle emozioni altrui, imparare a chiedere scusa.

La formula delle 3R e la responsabilità sociale della gentilezza

Imparare ad essere gentili con se stessi significa essere più sensibili al mondo che ci circonda, diventare socialmente responsabili. Cristina Milani afferma che “la gentilezza è un fluido che olia gli ingranaggi della comunicazione”, un modo per costruire un mondo migliore. Per farlo dobbiamo avvalerci della regola delle 3R, una forma di rispetto e gentilezza che si traduce in sostenibilità:

  • Riciclare: imparare a rispettare l’ambiente è il più grande atto di gentilezza che possiamo compiere verso noi stessi e gli altri
  • Riparare: cercare di dare nuova vita alle cose, anche avvalendosi della propria creatività, significa dare valore ai beni e evitare il consumismo.
  • Riutilizzare: non sprecare, dando valore a ciò che possediamo

Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso

In uno studio del 2015 le due psicologhe americane Trew e Alden sono arrivate alla conclusione che la gentilezza riduce l’ansia e permette di vivere meglio in società. Ancora più singolare lo studio del 2013 della psicologa Fredrickson che, a partire da analisi mediche, ha scoperto che l’altruismo ha effetti positivi anche sulla nostra salute e ci rende addirittura più longevi. Che fare dunque per praticare gentilezza ogni giorno? Non occorre chissà che magia, basta guardare un po’ dentro se stessi.

Non giudichiamoci troppo
Sicuramente ci sarà sempre qualcosa che potevamo fare meglio, ma … Fermiamoci un attimo e respiriamo. Va bene così: lasciamo andare il giudizio e pensiamo che in fondo domani è un altro giorno.

Dedichiamo un po’ di tempo ad una persona a cui teniamo
Facciamo sentire ad una persona cara che è nei nostri pensieri: una telefonata, l’invito a uscire fuori, un piccolo dono, qualsiasi cosa potrebbe fargli piacere. La gentilezza potrebbe stupirci, facendoci scoprire che siamo più felici di ciò che facciamo per gli altri rispetto a ciò che riceviamo.

Cerchiamo di essere positivi nel luogo di lavoro
Non è sempre semplice, ma perchè non proviamo a condividere la pausa pranzo con un collega che non invitiamo mai? O, in alternativa, perché non dedichiamo più attenzione a un cliente che si lamenta e, ascoltate le sue parole, cerchiamo di essere propositivi? Sono atteggiamenti che rivelano la nostra apertura verso l’altro e aiutano a rinsaldare i legami.

Pratichiamo gentilezza a casaccio. Con uno sconosciuto
Cedere il passo, aiutare una persona anziana a compilare un modulo o a caricare i prodotti alla cassa … Non costa nulla e la gratitudine dell’altro ci può davvero cambiare la giornata.

Proviamo a lavorare sui rapporti conflittuali
Facciamo il primo passo: una telefonata, due chiacchiere. Chiediamoci che cosa ci ha dato fastidio dell’altro e che cosa invece lo può infastidire del nostro atteggiamento. Cerchiamo di essere sinceri: fingere non fa che inasprire i rapporti.

A che cosa serve fare tutto ciò? A sentire un maggiore senso di connessione, a capire meglio gli altri, passando attraverso una miglior conoscenza di noi stessi.